SAINT OMER

DURATA: 122 minuti

Rama insegna letteratura francese all’università e scrive il suo prossimo libro sul mito antico di Medea. A ispirare le sue pagine è Laurence Coly, madre infanticida che ha ‘affidato’ la sua bambina al mare. Processata per il suo crimine, Laurence si rivela impenetrabile e contraddittoria. Immigrata senegalese, educata dai genitori a essere sempre garbata e composta, la sua deposizione è esemplare fino alla mostruosità. E in lei accusa e testimoni vedono soltanto un mostro da rinchiudere per sempre. Non la pensa evidentemente così la difesa, che pronuncia la sua arringa defensionale dotta, non la pensa così Rama, che assiste a un processo in risonanza costante con la sua vita e la sua gravidanza. Dai suoi incontri con mondi che ignoriamo, Alice Diop deriva i suoi documentari, le sue immagini, i suoi protagonisti. Uomini e donne che rifiutano come lei di essere ridotti all’ambiente in cui sono nati e con cui non sembrano mai finire. Con Saint Omer, il suo cinema persevera nell’esplorazione di un’assegnazione sociale per meglio fuggirla. Il film si apre allora su una donna nera in cattedra, un’intellettuale solenne come una regina, che non è dove ce l’aspettiamo ma è esattamente dove siamo. È forse per questo che i suoi film ispirano sempre una forza pacifica, una tensione nel montaggio che non dà niente per scontato e scommette sulla ricchezza dei segni che emanano dai volti, dai corpi, dalle situazioni o dai paesaggi. È così che ci fa intendere l’ingiustizia, così che ci allerta sull’esperienza della violenza razzista, sul vissuto dei neri e delle minoranze in seno alla Francia.
Autrice francese di origine senegalese, Alice Diop ha disegnato negli anni un ritratto obliquo della società francese, esplorando con generosità e rigore la singolarità di esistenze plurali. terribilmente contrastato. Conosciuta fino ad oggi per i suoi documentari su temi sociali, debutta nella fiction ispirata da una storia vera.
Un crimine che nel 2013 ha scosso la comunità di Saint Omer, dove una donna ha ucciso la sua bimba e poi l’ha abbandonata sulla spiaggia di Pas-de-Calais. Il film, che prende il titolo dal luogo dei fatti, ripercorre il suo processo attraverso gli occhi di una scrittrice incinta del suo primo figlio.
Al cuore di Saint Omer c’è la maternità, al centro del tribunale un’imputata (Guslagie Malanda) che ci confronta con l’ambiguità della maternità. Un personaggio che non suscita forzatamente compassione ma rimbalza ogni semplificazione. Potente, mostruosa e se vogliamo patologicamente folle, Laurence Coly non è mai univoca. Per questa ragione la messa in scena di Alice Diop ci invita ad attendere, a guardare, ad ascoltare seduti in tribunale accanto a Rama (Kayije Kagame). E potete scommetterci che qualcosa accadrà, al limitare.
Così funziona il film che prende il suo slancio da un atto crudo e terribile. I fatti sono accertati, la colpa riconosciuta ma il punto è altrove, la pena inflitta all’imputata dipende largamente dalla sua personalità. Laurence ha un portamento fiero, una proprietà di linguaggio impeccabile, una gravità melanconica che suscita rispetto e trattiene la pietas. Ma quella misericordia, non sembra nemmeno volerla, è soltanto determinata ad affrontare il racconto della sua vita e quello breve della sua bambina. Ma più parla e più cresce il suo e il nostro disagio. Sotto la sua dignità ribelle, la regista lascia emergere la fragilità, gli eccessi, il narcisismo, le allucinazioni, la gelosia verso un compagno troppo vecchio e troppo assente, la maledizione lanciata dai suoi antenati o forse dai fantasmi della sua coscienza. È dunque nelle forze oscure, nella stregoneria che Laurence invita la corte a cercare l’origine del suo gesto. Quella spiegazione alimenta la linea di difesa dell’avvocato, guida il film, sospeso tra due culture (quella francese e quella senegalese) e attiva la complessa negoziazione dell’autrice con l’accettazione e il rifiuto delle sue molteplici eredità.
Senza la presunzione di voler far luce sull’abisso dove si muove la figura mostruosa della madre criminale incentrata sulla realtà e aperta alla complessità. Saint Omer, soprattutto, non è un ritratto, perché un ritratto è piatto e ha una cornice intorno. Attraverso la sua protagonista, l’autrice va oltre il segno troppo evidente, immediatamente associato a conoscenze precostituite e a pregiudizi, anche benevoli. Complice la requisitoria di Aurélia Petit, Saint Omer vibra di ciò che rimane invisibile, persone e luoghi che non guardiamo mai. Alice Diop filma le immagini mancanti di una mamma e della sua bambina che conserva una sorta di esistenza nel limbo della sua mente.

GIOVEDÌ 18,30
VENERDÌ 21,00
SABATO 21,00
DOMENICA 21,00
MARTEDÌ 21,00