Dostoevskij parte 1

Regia Damiano D’Innocenzo, Fabio D’Innocenzo

Enzo Vitello è un poliziotto che vive profondi tormenti causati soprattutto dal difficile rapporto con la figlia Ambra da lui abbandonata da tempo e pericolosamente avviata sulla via della tossicodipendenza. Il suo lavoro lo obbliga a confrontarsi con un serial killer, che lui e i suoi colleghi hanno soprannominato Dostoevskij perché dopo gli omicidi lascia messaggi con riflessioni sul senso della vita. Apparentemente non esistono moventi per le uccisioni e le vittime non offrono elementi per creare collegamenti tra di loro. Enzo assume su di sé la responsabilità di catturare Dostoevskij quasi come un’ossessione dettata forse da una inconfessabile vicinanza di pensiero. I fratelli D’Innocenzo affrontano la serialità senza falsi pudori e con la consapevolezza di stare andando controcorrente. Al Festival di Cannes 2023 è stato presentato un documentario, Room 999 diretto da Lubna Playoust, che riproponeva ciò che Wim Wenders aveva fatto 40 anni prima con Chambre 666. Cioè chiedere ad alcuni registi presenti al festival di dire liberamente la loro sul futuro del cinema e della comunicazione audiovisiva in generale.
Albert Serra in quell’occasione ha sottolineato come oggi le sceneggiature delle serie non vengano lette ma piuttosto ‘analizzate’. Aggiungeva che se entro la terza pagina e, a seguire, entro la sesta non fossero accaduti due avvenimenti di impatto le suddette sceneggiature non avrebbe passato il vaglio delle piattaforme o delle Pay tv. Di fronte a questo passaggio dei D’Innocenzo alla serialità c’è da apprezzare che, sia loro che la produzione, non si siano piegati a queste forche caudine della novelization globalizzata offrendo, a chi voglia coglierla, un’opportunità differente.
Se si guarda alla sinossi si potrebbe pensare che gli elementi di base per una detection tradizionale ci siano. In effetti ci sono ma vengono trattati in maniera non solo autoriale (chi conosce il cinema dei fratelli ci ritrova le atmosfere e i temi che sono a loro più vicini) ma anche con l’intento di chiedere a chi guarda di scavare nell’abisso (più o meno profondo) delle coscienze. Certamente in quella del protagonista Enzo ma anche degli altri personaggi, principali e non. La dote che sin dal loro primo film hanno manifestato è quella di penetrare nel degrado degli animi, dei pensieri, dei luoghi, degli spazi non per il compiacimento dell’orrido (sono distanti anni luce dalla saga di Saw basata invece solo su quello). Le loro discese nel sottosuolo (in questo sono dostoevskiani da sempre) sono finalizzate ad un discorso fondamentalmente morale che si avvale della descrizione di un’umanità tanto spietatamente realistica da trasfigurarsi in simbolica. Nel buio delle coscienze (la notte è l’elemento dominante), nelle sofferenze subìte o inflitte si trova la materia prima di un pavesiano mestiere di vivere che il killer porta all’ennesima potenza sia sul piano dell’azione che su quello della riflessione. I D’Innocenzo sceneggiatori non si limitano però a ‘mostrare’. Vogliono capire le pulsioni, anche le più socialmente abbiette, dei loro personaggi facendole progressivamente emergere. Non occorrono cliffhanger che facciano attendere l’episodio successivo. Quando ci sono (perché ci sono) non sono finalizzati alla classica strategia dell’attesa ma piuttosto all’esigenza di alimentare la narrazione con nuovi elementi inattesi.
Filippo Timi si carica sulle spalle Enzo Vitello e ci costringe ad accompagnarlo, con il peso delle sue ossessioni e con i tempi necessari per leggergli dentro, in un percorso che, grazie alle scelte di una regia capace di leggere e far emergere ogni singolo dettaglio, non può essere abbandonato. Carlotta Gamba (già figlia con un alone di mistero in America latina) mostra come si possa passare dal personaggio di Beatrice in Dante di Pupi Avati a un’Ambra chiusa in se stessa ma anche capace di esplosioni che mescolano rabbia e dolore. Tutti gli interpreti, da quelli più importanti ai minori, aderiscono con efficacia al progetto che offre l’occasione per verificare come i D’Innocenzo proseguano, senza ripensamenti o compromessi, nella descrizione di vite perdute forse dal giorno della venuta al mondo oppure a causa di pulsioni, di deprivazioni sociali e culturali o, anche, di cattivi maestri. Sono Manolo, Mirko, Bruno, Massimo, Enzo e Dostoevskij, vittime e carnefici di se stessi.

GIOVEDI’ 21,00
VENERDI’ 21,00
SABATO 18,15
DOMENICA 16,00-18,20
MARTEDI’ 21,00
MERCOLEDI’ 21,00